ovvero le istruzioni per usare al meglio il regalo più prezioso che Hashem ci ha donato: la parola
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Terza Regola.5
8. Perfino se l’azione in questione sembra potersi giudicare tendenzialmente come negativa, in modo che secondo l’alachàh è meno problematico giudicare in modo negativo, bisogna limitarsi a ritenere la cosa come opinione personale e non umiliare la persona di fronte ad altri, a meno che non sussistano tutte le condizioni che verranno be”H riportate nelle regole 4, 5 e 10.
Terza Regola.4
6. Se dal racconto, la persona di cui viene raccontato non riceve nessun danno, comunque chi ha raccontato ha trasgredito il divieto di parlare lashon harà, perfino se ancora prima di raccontare sapeva che il racconto non avrebbe arrecato nessun danno alla persona di cui parla è vietato raccontare qualcosa di negativo sul suo conto.
7. C’è una norma generale: bisogna giudicare il prossimo con un occhio favorevole. Ma se si vede qualcuno comportarsi in modo sbagliato, sia per quanto riguarda le norme fra uomo e il suo prossimo, che per quanto riguarda le norme fra l’uomo e il Signore, ci sono diversi modi su come giudicare la cosa, e tutto dipende da chi sia il soggetto in questione che si vede comportarsi scorrettamente. Come vedremo nella spiegazione di questa alachà.
Se la persona che vediamo comportarsi male è una persona “temente del Cielo”, è obbligatorio giudicarla favorevolmente, persino se quello che vediamo sembra essere un comportamento quasi sicuramente negativo.
Se si tratta di un uomo “medio” che generalmente sta attento a non compiere peccati, ma di tanto in tanto ci incappa, c’è una distinzione:
- se l’azione è possibile giudicarla più sul lato positivo, allora è vietato giudicarlo negativamente. E se lo si giudica negativamente e si parla della cosa, si trasgredisce il divieto di lashon harà [in ogni caso, anche se non ne parla ma lo pensa semplicemente, contravviene alla mitzvà di giudicare il prossimo favorevolmente (precetto da compiere numero 3 visto nell’apertura)].
- Nel caso in cui l’azione compiuta sia possibile giudicarla parimente sia come azione negativa che come azione positiva, c’è l’obbligo di giudicarla in modo positivo, ed è vietato raccontare sull’evento lashon harà.
- Persino in cui si possa tendenzialmente giudicare l’azione come negativa, è opportuno restare nel dubbio, ossia non avere la convinzione che si tratta di un’azione sbagliata.
7. C’è una norma generale: bisogna giudicare il prossimo con un occhio favorevole. Ma se si vede qualcuno comportarsi in modo sbagliato, sia per quanto riguarda le norme fra uomo e il suo prossimo, che per quanto riguarda le norme fra l’uomo e il Signore, ci sono diversi modi su come giudicare la cosa, e tutto dipende da chi sia il soggetto in questione che si vede comportarsi scorrettamente. Come vedremo nella spiegazione di questa alachà.
Se la persona che vediamo comportarsi male è una persona “temente del Cielo”, è obbligatorio giudicarla favorevolmente, persino se quello che vediamo sembra essere un comportamento quasi sicuramente negativo.
Se si tratta di un uomo “medio” che generalmente sta attento a non compiere peccati, ma di tanto in tanto ci incappa, c’è una distinzione:
- se l’azione è possibile giudicarla più sul lato positivo, allora è vietato giudicarlo negativamente. E se lo si giudica negativamente e si parla della cosa, si trasgredisce il divieto di lashon harà [in ogni caso, anche se non ne parla ma lo pensa semplicemente, contravviene alla mitzvà di giudicare il prossimo favorevolmente (precetto da compiere numero 3 visto nell’apertura)].
- Nel caso in cui l’azione compiuta sia possibile giudicarla parimente sia come azione negativa che come azione positiva, c’è l’obbligo di giudicarla in modo positivo, ed è vietato raccontare sull’evento lashon harà.
- Persino in cui si possa tendenzialmente giudicare l’azione come negativa, è opportuno restare nel dubbio, ossia non avere la convinzione che si tratta di un’azione sbagliata.
Terza Regola.3
4. il divieto di raccontare senza fare nomi
- perfino se si racconta senza fare nomi, ma da quello che si dice è possibile arrivare a capire di chi si sta parlando, è vietato.
- Perfino se in quello che si racconta non c’è niente di negativo, ma a causa di quello che si racconta si ottenga un effetto negativo, e proprio con questa intenzione subdola si è raccontato quello che si è raccontato, è vietato.
5. Anche parlando in modo ingenuo, ossia facendo vedere di non sapere che quello che racconta è lashon harà, o che fa finta di non sapere che quello che racconta si riferisce a una certa persona, è vietato e rientra nel divieto di lashon harà.
- perfino se si racconta senza fare nomi, ma da quello che si dice è possibile arrivare a capire di chi si sta parlando, è vietato.
- Perfino se in quello che si racconta non c’è niente di negativo, ma a causa di quello che si racconta si ottenga un effetto negativo, e proprio con questa intenzione subdola si è raccontato quello che si è raccontato, è vietato.
5. Anche parlando in modo ingenuo, ossia facendo vedere di non sapere che quello che racconta è lashon harà, o che fa finta di non sapere che quello che racconta si riferisce a una certa persona, è vietato e rientra nel divieto di lashon harà.
Terza Regola.2
2. Il modo permesso di raccontare di fronte alla persona in questione.
La “polvere di lashon harà” (ossia quando quello che si ha da dire può essere interpretato o in modo positivo, ossia che non è una critica, oppure in modo negativo, quindi come critica) detta in modo che si capisca che si intende dire qualcosa di positivo, tanto che avrebbe detto la stessa cosa, con gli stessi gesti, toni ed espressioni, di fronte alla persona in questione, è possibile raccontarla, perché è chiaro che l’intenzione non è quella di criticare in nessun modo. Però, se dai gesti, dai toni o dalle espressioni è possibile interpretare quello che si sta dicendo come critica, allora è vietato.
3. Il divieto di parlare lashon harà: perfino per scherzo
Perfino se si parla amichevolmente e senza astio, e non intende criticare la persona in questione, ma dice le cose solo per scherzare o per farsi una risata, è vietato dalla Toràh.
La “polvere di lashon harà” (ossia quando quello che si ha da dire può essere interpretato o in modo positivo, ossia che non è una critica, oppure in modo negativo, quindi come critica) detta in modo che si capisca che si intende dire qualcosa di positivo, tanto che avrebbe detto la stessa cosa, con gli stessi gesti, toni ed espressioni, di fronte alla persona in questione, è possibile raccontarla, perché è chiaro che l’intenzione non è quella di criticare in nessun modo. Però, se dai gesti, dai toni o dalle espressioni è possibile interpretare quello che si sta dicendo come critica, allora è vietato.
3. Il divieto di parlare lashon harà: perfino per scherzo
Perfino se si parla amichevolmente e senza astio, e non intende criticare la persona in questione, ma dice le cose solo per scherzare o per farsi una risata, è vietato dalla Toràh.
Terza Regola.1
TERZA REGOLA: IL DIVIETO DI PARLARE LASHON HARà DI FRONTE ALLA PERSONA IN QUESTIONE OPPURE DI NASCOSTO, PER SCHERZO, E SENZA RIVELARE IL NOME DELLA PERSONA DI CUI SI STA PARLANDO.
1. Il divieto di parlare lashon harà: perfino se si parla male in faccia alla persona in questione.
Come abbiamo già detto nelle maledizioni, sicuramente è vietato parlare lashon harà, ossia dire qualcosa di realmente accaduto e negativo, sul prossimo. È vietato perché chi lo fa è passibile di ricevere la maledizione: “Maledetto chi colpisce il prossimo di nascosto” (Devarim 27,24). Perfino se chi parla lashon harà ritiene che avrebbe detto la stessa cosa di fronte alla persona in questione, o se le parla direttamente in sua presenza, è assolutamente vietato. Per certi versi è ancora peggio, perché si dimostra sfacciataggine, e si rischia di far vergognare la persona, che è una colpa molto grave di per sé.
1. Il divieto di parlare lashon harà: perfino se si parla male in faccia alla persona in questione.
Come abbiamo già detto nelle maledizioni, sicuramente è vietato parlare lashon harà, ossia dire qualcosa di realmente accaduto e negativo, sul prossimo. È vietato perché chi lo fa è passibile di ricevere la maledizione: “Maledetto chi colpisce il prossimo di nascosto” (Devarim 27,24). Perfino se chi parla lashon harà ritiene che avrebbe detto la stessa cosa di fronte alla persona in questione, o se le parla direttamente in sua presenza, è assolutamente vietato. Per certi versi è ancora peggio, perché si dimostra sfacciataggine, e si rischia di far vergognare la persona, che è una colpa molto grave di per sé.
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