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Quarta Regola.8 - Mettersi in società

1.    10. Abbiamo un principio fondamentale nelle questioni di Lashon Harà: se una persona vuole cominciare una nuova collaborazione, può e anzi è molto opportuno verificare su di lui presso altri a determinate condizioni. Esempi di collaborazione: prendere un nuovo impiegato per il suo lavoro, o un nuovo socio, o un Shiddukh ~ proposta di matrimonio?.
Le condizioni per chi verifica:
1,    Non si chiedano informazioni da qualcuno che si sospetta non sopportare la persona in questione, persino se non lo odia, ma è sufficiente che sia un concorrente economico.
2.        Colui che verifica deve avvisare colui presso cui pende informazioni del motivo delle domande, e se non lo avvisa, trasgredisce il divieto di “Lifnè ‘iver lo titten michshol” ~ “Davanti ad un cieco non porre un inciampo” poiché chi gli risponde pensa di fare lashon harà.
3.     Chi verifica stia attento a non credere sicuramente a ciò che gli viene detto, ma solo a sospettare della cosa, per stare attento dalla questione

Le condizioni per la persona cui vengono poste le domande: è vietato esagerare le cose più di quanto egli sappia effettivamente. [Vedi successivamente Hilkhot Rechilut ~ pettegolezzi Regola 9, come e quando rispondere]

Quarta Regola.7 - Cattivi atteggiamenti!

9. E’ vietato parlare male del prossimo sui suoi cattivi atteggiamenti. Ad esempio, se ha visto che si è insuperbito, oppure si è incollerito (perché è permesso solo mostrarsi incollerito, ma non incollerirsi davvero) oppure ha applicato altri atteggiamenti cattivi, perché forse ha fatto teshuvàh e si è rattristito dei suoi cattivi atteggiamenti. E persino se non è rattristito della cosa, forse non sa quanto siano gravi, e se l’avesse saputo, è possibile che sarebbe stato più attento alla cosa. E quindi non solo è vietato parlarne male, ma è anche opportuno ammonirlo (non saltandogli addosso, ma pacatamente) e mostrargli la gravità del divieto, e così compie anche la mizvàh dell’ammonire. 

10. Nonostante abbiamo detto (4.9) che è vietato raccontare i cattivi atteggiamenti del prossimo, nel caso in cui vuole che gli altri non imparino da lui e dalle sue azioni, è possibile raccontare la cosa, e addirittura può essere una mizvàh. Questo a condizione necessaria e non sufficiente che non lo abbia preso in odio, indifferenza o non sopportazione (tutte e tre le cose rientrano nel termine שנאה “Sinàh” in ebraico). [N.d.R. C’è da notare, che oggigiorno non tutti sanno cosa sia un cattivo atteggiamento e cosa sia un buon atteggiamento. E’ necessario verificare questa cosa in base alla halakhàh, di caso in caso, senza giudicare solo in base alla propria opinione.] In tal caso è una mizvàh inoltre che chi racconta spieghi il motivo per cui parla male di tale persona, affinché chi sente non pensi che sia permesso parlare male del prossimo più di quanto sia effettivamente. 

10.1 Persino se ha sentito la cosa da altri – deve sospettare la cosa, e anche dire ad altri eventualmente di sospettare della cosa affinché sappiano tenere le distanze. Deve però sottolineare la cosa dicendo “ho sentito che dicono di lui così e cosà, e perciò bisogna starci attenti e tenere le debite distanze.” (Beer Maim Chajim)

Quarta Regola.6


     7. Tutte le norme viste fin’ora, valgono nel caso in cui una persona è solita pentirsi dei propri peccati. Nel caso si sia verificato che la persona non ha nessun timore di HaShem, e si vuole mettere sulla cattiva strada, è permesso farla vergognare e raccontare male di lei, sia in sua presenza che meno. Ad esempio una persona che deliberatamente trasgredisce le regole della Toràh, o che non sta attenta a una determinata averà che tutti sanno trattarsi di un’averà. Però, chi ascolta, ha il divieto di credere a quello che gli viene detto, può solo sospettare della cosa fin quando riuscirà a fare chiarezza.
-          Se una persona del genere ha compiuto un’azione giudicabile positivamente o negativamente, la si giudica negativamente ed è permesso farlo vergognare di ciò che ha fatto.
-          Tutto questo permesso vale solo nel caso in cui si ha l’intenzione di far migliorare la cosa e altre condizioni di cui parleremo in seguito.

Quarta Regola.5

5-6.1 Nel caso due persone (come testimoni) abbiano visto il peccatore peccare e sanno che lui sicuramente non accetterebbe alcun ammonimento, ed è probabile che in modo molto semplice ricaschi nel peccato, è bene che i due testimoni vadano dal Bet Din ~ Tribunale rabbinico e gli dicano il fatto in modo che possano allontanarlo dal peccato in futuro (ciò vale solo nei luoghi in cui il Bet Din ~ Tribunale Rabbinico abbia l’autorità e la forza per allontanarlo dal peccato).

5-6.2 Nel caso solo una persona l’abbia visto - quindi non può testimoniare da solo al Bet Din, poiché c’è il divieto di testimoniare da solo. (vedi decimo divieto) Nonostante ciò può rivelarlo al Rav del peccatore affinché lo “raddrizzi” a condizione che venga creduto effettivamente. E’ però vietato al Rav di raccontare la cosa in giro. C’è però la possibilità che anche se c’è il rischio che il “Rav” vada a raccontare in giro la questione, nel caso possa effettivamente “raddrizzare” la persona, sia possibile rivelarglielo.

5-6.3 E così è possibile anche rivelare la questione ai parenti stretti del peccatore, nel caso in cui (a) sicuramente gli crederanno e (b) ammoniranno il peccatore. Questo a condizione che sia effettivamente così e che (c) l’intenzione di chi racconta sia effettivamente al fine di ottenere un buon comportamento ( e null’altro).

Quarta Regola.4 - Chi non ascolta il Bet Din


4.8 Una persona che non vuole compiere ciò che il Bet Din ~ Tribunale Rabbinico gli ha prescritto (in forma di giudizio) e non ha un motivo sul perché non vuole compierlo – è possibile parlare di questa cosa negativa, e persino scriverla in modo che rimanga ricordata per tutte le generazioni.
4.8.1 Nel caso in cui abbia dato un motivo sulla sua condotta e sul perché non voglia compiere ciò che il Bet Din  ~ Tribunale Rabbinico gli ha prescritto c’è da distinguere:
a. Nel caso sia verosimile, o ci sia un dubbio sulla verosimilità del motivo – è vietato raccontare qualcosa di negativo su di lui (tanto più pubblicare qualcosa sulla questione).
b. Nel caso capiamo che non è verosimile, ma è solo una scusa – allora non è necessario credergli, ed è possibile raccontare la cosa (anche se negativa) e portarla anche in forma scritta per le generazioni.

Quarta Regola.3

   4.4 Se  la persona in questione commette un peccato volontariamente, essendo a conoscenza del fatto che quello che sta facendo è un peccato (per esempio adulterio o mangiare alimenti proibiti ל"ע, che tutti sanno che si tratta di peccati) allora c’è da fare una distinzione fra un benonì e un talmid chacham.  Se la persona in questione è un benonì (ossia generalmente sta attento a compiere le mizvot e non peccare ma ogni tanto inciampa in qualche peccato) e la si è vista peccare solo una volta di nascosto, è vietato raccontare quello che ha fatto, perché potrebbe già essersi pentito della cosa, aver fatto teshuvà e aver ricevuto il perdono di HaShem. Se si raccontasse quello che ha fatto lo si farebbe vergognare e basta, e oltretutto potrebbe già aver ricevuto il perdono da HaShem per quello che ha fatto. Chi rivela la cosa, si macchia di un peccato molto grave ed è considerato malvagio. Quello che bisogna fare è rimproverare la persona a quattr’occhi per quello che ha fatto, incoraggiandolo a non comportarsi più in quel modo. È importante farlo però nella dovuta maniera ed educatamente.
4.4.1 Se si vede peccare un talmid chacham, una persona che generalmente non commette peccati ma in questa occasione è stata vinta dallo yezer harà, e si rivela quello che ha fatto, si commette un grave peccato, ma non solo, è vietato perfino sospettare del fatto che non abbia fatto teshuvà, perché sicuramente l’ha fatta ed è amareggiato per quanto accaduto e per il fatto di essere stato vinto dallo yezer harà.

Quarta regola.2

4.2. E' vietato raccontare qualcosa di negativo su una persona, sia che abbia trasgredito un divieto della Toràh che un precetto da compiere. Sia che si tratti di un divieto "famoso" che di una mizvàh poco conosciuta, o comunque cui la gente sta poco attenta. E così è anche vietato raccontare che una persona sta poco attento a compiere le mizvot a priori.

4.3. Abbiamo definito precedentemente una persona “media” come persona che generalmente sta attenta a non compiere peccati, ma di tanto in tanto ci incappa (vedi terza regola - 7). Anche nel caso una persona “media” sia stata vista compiere ripetutamente un peccato, è vietato rivelarlo. Persino se è stato visto non solo da una persona, ma da due, quanto il numero minimo necessario per testimoniare al bet din ~ tribunale rabbinico [a meno che, appunto, non vadano a testimoniare. In tal caso è permesso raccontare il fatto, ma solo al Bet Din]. Bisogna anzi giudicare tale persona positivamente (vedi terza regola – 7). Ad esempio pensando che non l’ha commesso volontariamente, oppure che non sapeva che fosse vietato, oppure pensa che sia solo un “buon consiglio”, ma non sia obbligatorio [in questi ultimi due casi è opportuno farglielo notare in modo calmo e rispettoso, così che non arrivi a peccare una volta ulteriore]

Quarta regola

QUARTA REGOLA: IL DIVIETO DI PARLARE LASHON HARà PER QUESTIONI CHE RIGUARDANO LE MITZVOT FRA L’UOMO E HASHEM

1. E’ vietato raccontare sul prossimo qualcosa di negativo, che sia effettivamente accaduto, perfino se la persona in questione non è presente, sia per quanto riguarda le questioni interpersonali che per quanto riguarda le questioni fra uomo e HaShem. Se la persona in questione, attualmente si comporta come si deve, è assolutamente vietato parlare male di lui e raccontare il suo passato poco lusinghiero. Nel caso tutt’ora si comporti generalmente bene però fa qualcosa che non va, se si stratta di qualcosa che tocca l’ambito dei rapporti interpersonali, parleremo della questione be”H nella regola 10, se riguarda l’ambito fra uomo e HaShem, ne tratteremo nelle alachot successive. Comunque si devono avere tutte le condizioni di cui si parla nella quarta regola al settimo paragrafo.

Terza Regola.5

8. Perfino se l’azione in questione sembra potersi giudicare tendenzialmente come negativa, in modo che secondo l’alachàh è meno problematico giudicare in modo negativo, bisogna limitarsi a ritenere la cosa come opinione personale e non umiliare la persona di fronte ad altri, a meno che non sussistano tutte le condizioni che verranno be”H riportate nelle regole 4, 5 e 10.

Terza Regola.4

6. Se dal racconto, la persona di cui viene raccontato non riceve nessun danno, comunque chi ha raccontato ha trasgredito il divieto di parlare lashon harà, perfino se ancora prima di raccontare sapeva che il racconto non avrebbe arrecato nessun danno alla persona di cui parla è vietato raccontare qualcosa di negativo sul suo conto.

7. C’è una norma generale: bisogna giudicare il prossimo con un occhio favorevole. Ma se si vede qualcuno comportarsi in modo sbagliato, sia per quanto riguarda le norme fra uomo e il suo prossimo, che per quanto riguarda le norme fra l’uomo e il Signore, ci sono diversi modi su come giudicare la cosa, e tutto dipende da chi sia il soggetto in questione che si vede comportarsi scorrettamente. Come vedremo nella spiegazione di questa alachà.
Se la persona che vediamo comportarsi male è una persona “temente del Cielo”, è obbligatorio giudicarla favorevolmente, persino se quello che vediamo sembra essere un comportamento quasi sicuramente negativo.
Se si tratta di un uomo “medio” che generalmente sta attento a non compiere peccati, ma di tanto in tanto ci incappa, c’è una distinzione:
- se l’azione è possibile giudicarla più sul lato positivo, allora è vietato giudicarlo negativamente. E se lo si giudica negativamente e si parla della cosa, si trasgredisce il divieto di lashon harà [in ogni caso, anche se non ne parla ma lo pensa semplicemente, contravviene alla mitzvà di giudicare il prossimo favorevolmente (precetto da compiere numero 3 visto nell’apertura)].
- Nel caso in cui l’azione compiuta sia possibile giudicarla parimente sia come azione negativa che come azione positiva, c’è l’obbligo di giudicarla in modo positivo, ed è vietato raccontare sull’evento lashon harà.
- Persino in cui si possa tendenzialmente giudicare l’azione come negativa, è opportuno restare nel dubbio, ossia non avere la convinzione che si tratta di un’azione sbagliata.

Terza Regola.3

4. il divieto di raccontare senza fare nomi
- perfino se si racconta senza fare nomi, ma da quello che si dice è possibile arrivare a capire di chi si sta parlando, è vietato.
- Perfino se in quello che si racconta non c’è niente di negativo, ma a causa di quello che si racconta si ottenga un effetto negativo, e proprio con questa intenzione subdola si è raccontato quello che si è raccontato, è vietato.

5. Anche parlando in modo ingenuo, ossia facendo vedere di non sapere che quello che racconta è lashon harà, o che fa finta di non sapere che quello che racconta si riferisce a una certa persona, è vietato e rientra nel divieto di lashon harà.

Terza Regola.2

2. Il modo permesso di raccontare di fronte alla persona in questione.
La “polvere di lashon harà” (ossia quando quello che si ha da dire può essere interpretato o in modo positivo, ossia che non è una critica, oppure in modo negativo, quindi come critica) detta in modo che si capisca che si intende dire qualcosa di positivo, tanto che avrebbe detto la stessa cosa, con gli stessi gesti, toni ed espressioni, di fronte alla persona in questione, è possibile raccontarla, perché è chiaro che l’intenzione non è quella di criticare in nessun modo. Però, se dai gesti, dai toni o dalle espressioni è possibile interpretare quello che si sta dicendo come critica, allora è vietato.


3. Il divieto di parlare lashon harà: perfino per scherzo
Perfino se si parla amichevolmente e senza astio, e non intende criticare la persona in questione, ma dice le cose solo per scherzare o per farsi una risata, è vietato dalla Toràh.

Terza Regola.1

TERZA REGOLA: IL DIVIETO DI PARLARE LASHON HARà DI FRONTE ALLA PERSONA IN QUESTIONE OPPURE DI NASCOSTO, PER SCHERZO, E SENZA RIVELARE IL NOME DELLA PERSONA DI CUI SI STA PARLANDO.

1. Il divieto di parlare lashon harà: perfino se si parla male in faccia alla persona in questione.
Come abbiamo già detto nelle maledizioni, sicuramente è vietato parlare lashon harà, ossia dire qualcosa di realmente accaduto e negativo, sul prossimo. È vietato perché chi lo fa è passibile di ricevere la maledizione: “Maledetto chi colpisce il prossimo di nascosto” (Devarim 27,24). Perfino se chi parla lashon harà ritiene che avrebbe detto la stessa cosa di fronte alla persona in questione, o se le parla direttamente in sua presenza, è assolutamente vietato. Per certi versi è ancora peggio, perché si dimostra sfacciataggine, e si rischia di far vergognare la persona, che è una colpa molto grave di per sé.

Seconda Regola.9 - Questioni economiche

13 a. In generale se una persona rivela a qualcuno una questione relativa al suo commercio, alla sua merce o simili, è vietato rivelarla, in particolare perché c’è il rischio che arrivi al commerciante un danno economico o sofferenza dall’aver reso risaputa la cosa.

13 b. Nel caso l’abbia rivelata davanti a tre persone (secondo tutte le condizioni viste nelle halakhot precedenti), il commerciante dimostra che non gli importa che la cosa si sappia, perciò chi era tra i tre può rivelare la cosa persino a priori. Questo permesso vale solo se (a) il commerciante non ha detto o fatto capire che desidera che la cosa non venga risaputa, e (b) non manchi alcuna delle condizioni spiegate in precedenza

Seconda Regola.8

12. a. E' vietato prendere in giro qualunque ebreo.
b. In particolare il divieto aumenta se colui che viene preso in giro è un uomo che fa derashot o ammonisce il pubblico. Ad esempio dicendo che le sue derashot non valgono nulla. Al contrario è opportuno eventualmente dargli consigli su come parlare al pubblico.
c.Non c'è limite ai divieti che trasgredisce colui che diffama un uomo che fa derashot in pubblico, e così anche le 'averot di coloro che lo stanno ad ascoltare. Se ci riflettiamo troviamo che trasgrediscono tutte le mizvot illustrate nell'introduzione (laavin e asin)

Seconda Regola.7

11. Chi si occupa del pubblico deve stare maggiormente attento a non incappare nel divieto di lashon harà. Ogni singolo delle assemblee per decidere le questioni del pubblico deve stare attento a non raccontare successivamente la sua opinione precedente o quella degli altri, ma solo la loro conclusione. Non c'è differenza se decide da solo di raccontare la questione oppure viene obbligato da altri, in ogni caso è vietato raccontare ciò che è accaduto.

Seconda Regola.6

9. Tutto quello che abbiamo detto, riguarda il divieto di raccontare ESATTAMENTE quello che si è sentito, ma è assolutamente vietato aggiungere perfino una singola sillaba, tanto più è vietato cambiare i fatti a seconda dell’interlocutore. Inoltre, è vietato accettare quello che si è sentito come qualcosa di vero, come vedremo be”H più avanti nel clal 7. Se una persona ha compiuto una cattiva azione quando era giovane, e poi ha cambiato strada, o se i suoi antenati non si comportavano come di deve, ma lui ha cambiato strada, è vietato rimproverarlo e svergognarlo di fronte agli altri.

10. – quando si racconta qualcosa a qualcuno, sapendo che di natura è una persona che tende a intendere le cose che gli vengono raccontate direttamente come vere, è vietato raccontargliela, tanto più se si sospetta che potrebbe anche aggiungere qualcosa di male sulla persona in questione.
- Dopo tutto quello di cui abbiamo parlato, è evidente quanto sia opportuno allontanarsi dal permesso di raccontare qualcosa che si è sentito di fronte a tre persone, poiché è una situazione che nella pratica non può avvenire senza infrangere una delle condizioni di cui abbiamo parlato. Quindi, chi si preoccupa per la propria anima, si allontani dalla cosa.

Seconda Regola.5

6-7 a. Se colui che parla lashon harà dice agli ascoltatori di non diffondere la cosa, anche se la racconta davanti ad un largo pubblico, è vietato agli ascoltatori raccontare a loro volta, persino se raccontato solo per caso. E ciò vale persino se vede che gli altri ascoltatori non stanno attenti al divieto.

b. Non importa in che modo colui che parla lashon harà dice di non diffondere la cosa - in ogni caso è vietato diffonderlo, e a maggior ragione è vietato parlare della cosa al soggetto dei discorsi.

c. Due che raccontano lashon harà ad altri due, e vietato a questi ultimi raccontare ad altri, perchè non si applica la regola del raccontare davanti a tre, anche se alla fine erano in quattro.

Seconda Regola.4

4. La facilitazione vale solo nel caso in cui ci siano tre persone che non abbiano un particolare interesse a non dire nulla, perché in tal modo c’è la possibilità che la cosa detta dinnanzi a tre persone diventi quasi di pubblico dominio. Quindi se uno dei tre presenti era una persona Temente del Signore, che sta attenta ad applicare le norme sul lashon harà – è vietato tornare a raccontarla (perché è come se non ci fossero tre persone, ma solo due). E così anche se il “terzo” è un parente di colui di cui si sta parlando oppure se è una persona che vuole bene il soggetto del lashon harà, per cui non parlerebbe mai di lui.

5. La facilitazione vista prima (2.1-3) vale solo nella stessa città, ma in una differente città è vietato diffonderlo.

Seconda Regola.3

3. Gli ascoltatori possono raccontarlo a loro volta?
a. Colui che ascolta la lashon harà che è detta dinnanzi a tre persone nel caso in cui racconti ciò che ha sentito con l’intenzione di rivelare la cosa, sicuramente trasgredisce il divieto di lashon harà.
b. C’è chi dice che se racconta ciò che ha sentito in un secondo momento casualmente non avendo l’intenzione di rivelare la cosa ad altri, non trasgredisce il divieto di lashon harà (poiché essendo risaputo da tre persone, diventa una cosa considerabile alla stregua di pubblica, e la Toràh non ha vietato di rivelare una cosa pubblica nel caso si parli casualmente senza aver intenzione di raccontare qualcosa di male sul soggetto del discorso).
c. C’è chi dice che anche raccontare in modo casuale è vietato, a meno che la questione non sia capitata nel discorso per caso mentre stavano parlando di qualcos’altro. (Hagaàh).
d. In ogni caso non deve avere intenzione di rivelare la cosa, perché se lo fa intenzionalmente (anche non per arrecare danno alla persona, tanto più se vuole anche arrecarlo) trasgredisce il divieto di lashon harà. E ciò vale anche se non racconta da chi l’ha sentito, ma dice solo “ho sentito…”.